Leggere i classici per riflettere sulla nostra società
Il processo di Kafka

3. I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

5. D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

13. È un classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

Per spiegare cosa fosse un classici Italo Calvino dovette formulare parecchie frasi, che ora possiamo leggere in Perché leggere i classici, ed. Mondadori, Milano 2006, pp. 5-13 (Ia edizione 1995). Quelle citate non sono più significative delle altre dodici definizioni, ma ci aiutano a capire perché il Processo è un classico da “leggere” – “rileggere”. Indico tra parentesi le pagine del testo a cui faccio riferimento: Franz Kafka, Il processo, traduzione di Primo Levi, Einaudi, Torino 1995 (prima edizione 1983).

Mi rendo conto che questo invito alla lettura si scosta un poco dagli ambiti della politica comunale e forse mi allontano dalle radici del pensiero liberale, ma basta ricordare i classici che Alfredo Giovannini conosceva bene, per giustificare un contributo di questo tipo e un modo di maturare come cittadino. Dedico quindi a lui questa riflessione.

 

Senza passato e senza futuro

Nel Processo, scritto in pochi mesi nel 1914, tutto è predisposto a dovere: c'è il dettaglio di chi batte le mani dopo che Josef K., isolato fra tanti individui, ha inavvertitamente alzato la voce, come se quel gesto facesse parte di un copione. (p.48) In quella domenica misteriosa il signor K., accusato senza saperne il motivo, entra come protagonista sotto i riflettori di un “grande organismo” (come lo chiama Roberto Calasso in K. , pubblicato da Adelphi nel 2002), ovvero il tribunale a cui “appartiene tutto”. (p. 164) Non si parla di un sistema giudiziario, ma di un'intera società.

Semmai esistano degli eventi passati, Josef K. non sembra averne coscienza, semmai ci sarà un futuro, non se lo chiede. L'incontro con lo zio Karl - che vorrebbe “ben sapere come va a finire” (p. 104) mentre Josef K. è immerso, quasi tranquillo, nel suo ruolo di accusato – dimostra bene l'assenza, nel protagonista, di una preoccupazione per il passato o per il futuro. Malgrado questo, nel marasma altamente espressivo, assurdo delle immagini ridondanti, il Kafka visionario mette in scena il sapore spaventoso di ciò che accadrà vent'anni dopo in Europa, con l'ascesa dei totalitarismi e la perdita della volontà nell'individuo.

Nel romanzo invece, per il protagonista Josef K. esiste un presente da capire e sviscerare, senza causa e senza effetto, il processo, l'accusa. Il processo è grottesco e mostra la mediocrità del popolo, l'immediatezza del populismo, le parti politiche che battono le mani a Josef K. oppure si mostrano serie e impassibili. Sembra il pubblico a teatro; a tratti i personaggi che circondano K. sembrano marionette, come il picchiatore (capitolo cinque), il sostituto (capitolo sei), l'avvocato, l'industriale o, sopra a tutti, il pittore , personaggio simbolo, forse portavoce del “grande organismo”, che agisce nel settimo capitolo: un capolavoro di rappresentazione della società. Josef K. trascorre quindi momenti di realtà rappresentata come sul palco.

 

Teatrale

L'incontro con il pittore che dipinge i giudici , il coretto delle ragazzine, la finestra che è “solo una lastra di vetro murata, non la si può aprire” (p. 169) fanno del Processo una narrazione dal sapore teatrale, con una serie di scenografie (sono sempre piccole stanze) direttamente collegate alle figure che Josef K. incontra. Nel locale dei rifiuti c'è la scena del picchiatore . Deve picchiare due dipendenti. Si conosce il motivo di questa violenza? No. Tu apri la porta del ripostiglio e trovi quella scena. Chiudi la porta, torni nel tuo ufficio, alla fine della giornata riapri la porta del ripostiglio e ritrovi lo stesso picchiatore che colpisce i due dipendenti. Un pena infinita, infernale, dantesca, qui rappresentata (capitolo cinque).

Nel primo episodio, con l'arrivo della commissione d'inchiesta che irrompe nella camera del protagonista, ci troviamo davanti uomini con le battute in gola, inviati dall'alto, inconsapevoli, come se recitassero senza capire le proprie parole, senza capire dove stanno andando. Alla sera stessa K. incontra la signorina Bürstner per spiegarle che gli uomini della commissione d'inchiesta, che lo hanno sorpreso nella mattinata, si sono permessi di entrare proprio nella camera della signorina, benché non fosse presente. Josef K. aspetta la ragazza fino a tardi: è andata a teatro. Quando torna s'intrattiene con lei per spiegarle gli accaduti. E per spiegarsi meglio Josef K. pensa bene di spostare i mobili della ragazza, come stesse preparando una scenografia:

 

Va bene, se il tavolino le è necessario per la sua rappresentazione, lo spinga pure via, - disse la signorina Bürstner […] K. collocò il tavolino al centro della camera e vi si sedette dietro: - È indispensabile che lei si faccia un'idea precisa dei personaggi e delle parti: è molto interessante. Io sarei l'ispettore; là sul baule sono sedute due guardie, davanti alle fotografie ci sono tre giovani in piedi. Non che sia essenziale, ma alla maniglia della finestra è appesa una camicetta bianca. E adesso comincia. Un momento, dimenticavo me stesso. […] K. era entrato così a fondo nella sua parte che gridò solennemente: - Josef K.! (p.32)

 

Josef K. esce da se stesso per interpretare la parte dell'ispettore. Così, la scena che Kafka descrive all'inizio del racconto, viene ripresa con onniscienza dal protagonista, che diviene regista di se stesso. Una situazione psicologica molto tesa, anche perché il lettore aspetta, aspetta forse di capire il motivo per cui K. è processato, così come possiamo aspettare Godot. Gradualmente Josef K. si accorgerà che tutti i personaggi incontrati fanno parte di questo “grande organismo”, come una massa di rinoceronti diretti verso il niente.

 

Dialoghi e corruzione

A tratti i dialoghi sono palesemente recitati dai personaggi. Josef K. fa parte di questa prigione, desidera farne parte perché vuole capire, non fugge mai, anzi fugge dalla libertà (si veda Fuga dalla libertà di Eric Fromm, dove si spiega anche la fuga dell'uomo dalla libertà, sulla rotta dei totalitarismi). C'è un'ironia gelida e spaventosa, un'angoscia novecentesca che annega e si annida nel ridondante agire degli uomini (consiglio caldamente la visione del film L'uomo senza passato di Aki Kaurismäki, 2002) . Kafka ne fa una tragedia, con un capro espiatorio.

Josef K., sacrificatosi davanti alla società, è un individuo solo. La corruzione sta alla base del sistema, il sistema stesso è corruzione.

Non si lascerà mai convincere a corrompere chicchessia, a qualunque artifizio essi ricorrano, fra i tanti di cui dispongono (p.60). […] Lo tormentava il pensiero di non essere riuscito ad impedire la bastonatura, ma non era colpa sua […] K. aveva anche visto benissimo i suoi occhi (quelli del picchiatore) si erano illuminati al vedere la banconota: era chiaro che aveva picchiato sul serio solo allo scopo di alzare un pochino il prezzo della corruzione; e K. non avrebbe fatto economia, gli stava veramente a cuore di mettere in libertà le guardie (p.97)

Ma l'attualità nei classici è “relegata a rumore di fondo”, benché di questo rumore di fondo “non si possa fare a meno” (Calvino…)

 

La NOS e il NOBELPA: rumori di fondo tra parentesi

Con queste osservazioni, chi scrive non vuole certamente mettere platealmente in relazione questo capolavoro della letteratura con quanto avviene nella Nostra Odierna Società, abbreviata da questo momento con NOS perché ricorda “i nos”, cioè “chilì che fem föra i gabol tra da nüm”: potrebbe essere quel “rumore di fondo” di cui parla Calvino nel suo Perché legger ei classici .

Non c'è alcuna intenzione di banalizzare l'opera di Kafka. Sarebbe tuttavia interessante rileggere un classico come Il processo , per capire alcuni tratti del Nostro Bel Paese, che diventerebbe NOBELPA, una specie di Nobèl, sempre “tra da nüm”.

Continuando il gioco potremmo fissare che NOS va inteso come macrocosmo, NOBELPA come microcosmo. Come dire che Guantanamo fa parte del NOS, mentre Calciogate, Ticinogate, Casinogate, e altri “gate” sono gatte da pelare di un non ben definito NOBELPA. Rumori di fondo.

Torniamo a Kafka…

 

Senza confronto dialettico

Josef K., posto di fronte al pubblico e navigando nel sistema, combattendolo sotto processo, cerca di vincere dialetticamente. Il problema è che non c'è nessun tipo di confronto dialettico. Lui è sotto processo e basta. Vincere con spessore, abilità, cultura, non conta.

Il tribunale è del tutto inaccessibile agli argomenti giustificativi. (p.164)

Meglio, attenti a cosa dice il pittore a Josef K. :

il tribunale non cambia convinzione mai. Se dipingessi qui su una tela tutti i giudici uno accanto all'altro, e lei davanti alla tela si difendesse, avrebbe più speranza di successo che davanti al tribunale vero. (p.165)

È un gioco di rappresentazione pittorica dentro alla rappresentazione del il grande organismo (il “tribunale vero”), per dire che non è possibile alcun confronto dialettico! Si determina che Josef K. è accusato, arrestato, non in libertà. Il motivo non si sa. È così. K. è però in grado di osservare ciò che accade con occhio critico, addirittura uscendo dai suoi panni, ragionando sull'accaduto. Combatte nell'assurda trama che il grande occhio narrante gli sta imponendo, vuole confutare, cerca di individuare le contraddizioni dialettiche e di sviscerare, inutilmente, i motivi della trama. Per questo motivo ci pare pienamente presente nei panni dell'imputato.

lei ci crede, che io sia imputato? – chiese K. – Ma sì, certamente!- disse l'uomo scostandosi una poco; ma nella sua voce si sentiva solo paura, non convinzione. – Insomma, lei non mi crede? (p.72)

Ma l'uomo non risponde. Non c'è risposta, così come non c'è risposta da parte del già influente studente in giurisprudenza con la gambe storte, di cui tutti hanno paura perché conosce il giudice e “un giorno diventerà un uomo di potere”.

Quella che Kafka rappresenta è una società senza maestri che guidano umanamente le giovani leve, una società senza sano confronto dialettico, senza visioni a lungo termine che non siano intimamente legati alla sola utilità e al sentirsi applaudire. C'è un'assenza assoluta di civiltà .

Anche in questo caso non vorrei che qualche lettore fraintenda. Non si vuole formulare alcun parallelismo con il NOS o, meglio, con il NOBELPA; quasi a voler alludere che troppa gente porta indifferenza nei confronti della civiltà, ovvero nei confronti delle strutture culturali che caratterizzano il passato e che dovrebbero sostenere il progresso della società umana. Si pensi solo che, cancellate queste strutture, rimane la barbarie, la presunzione, l'arroganza, dai più alti ai più bassi strati sociali: marionette che si muovono qua e là. Calvino mi aiuta ancora a dire che sono “umori di fondo.”

Torniamo a Kafka…

 

Invito al testo

L'invito è quello di rileggere il testo, magari anche nella prospettiva di un lavoro sull'argomentazione, sulla riscrittura – rielaborazione del testo nell'ottica di un progetto teatrale, magari proposto nella scuola, nel doposcuola, nei laboratori: luogo dove ci deve essere spazio anche per una sperimentazione, certamente difficile da “misurare” con le statistiche PISA. Eppure si tratterebbe di investimenti a lungo termine che andrebbero a nutrire una scuola con visioni plurime. Con la speranza che queste visioni non vadano a cozzare contro le nuove, future, costose armonizzazioni, dico che, una volta “digerito” un testo letterario come questo, si diventa più consapevolmente individui che fanno parte di una civiltà, individui che sapranno argomentare, esporre, comunicare dei contenuti.

 

Buon lavoro e buona lettura.

 

Daniele Dell'Agnola